#iorestoacasa

Il mantra per i prossimi giorni. Restare a casa. La casa, che come spiega Luca Molinari nel saggio Le case che siamo, si configura come il luogo più amato e stabile della nostra vita, lo spazio in cui pensiamo di poterci rifugiare, la memoria più resistente in una quotidianità fatta di continui cambiamenti. La casa è tra i termini che non metteremmo mai in discussione perché quando pensiamo alla parola casa si materializzano sorrisi, lacrime, rimpianti, odori, profumi, gesti semplici che si sono depositati nella nostra mente e nel nostro cuore grazie alla consuetudine che solo la vita quotidiana può generare. La casa è il luogo in cui viene rielaborata la nostra dimensione pubblica, in quanto laboratorio di comprensione e trasformazione del mondo. A casa ci spogliamo di tutto ciò che indossiamo fuori perché ci sentiamo protetti e al sicuro.

Eppure la natura intima e ancestrale della casa negli ultimi anni sta cambiando. In parte a causa di un mondo esterno elastico e in continuo divenire e di tutte le necessità e conseguenze che questo comporta. In parte perché quella barriera invisibile tra universo pubblico e privato, rappresentata dalle nostra mura domestiche, si sta assottigliando sempre di più in virtù di una pressione digitale sempre più invadente. I social ci hanno fatto aprire la porta delle nostre case, grazie alla condizione di metterci in comunicazione con chiunque, in ogni momento, in qualsiasi parte del globo, lasciandoci poi con quell’amara sensazione che la distanza con gli altri esseri umani connessi non sia mai stata così grande. Questo ciò che emerge in Solitudini Connesse, saggio di Jacopo Franchi in cui si indaga la dipendente relazione tra le persone e i loro avatar digitali.

I momenti di distacco e di silenzio dentro casa negli ultimi tempi si sono quindi inevitabilmente ridotti. Questo fino a ieri. Quando improvvisamente siamo stati costretti a riprendere possesso della nostra dimensione domestica, ritrovando noi stessi nelle nostre case. Volenti o nolenti, poiché la nostra casa è diventata uno spazio d’isolamento e non di condivisione, come siamo abituati. Questo non è semplice da accettare, in quanto adesso più che mai ci sentiamo vulnerabili. E la reazione a tale sentimento l’ha dimostrata l’esodo di migliaia di persone che sabato 7 marzo incoscientemente si sono precipitate nella stazione di Milano Porta Garibaldi per prendere il presunto ultimo Intercity in partenza verso il meridione. Nel momento dell’emergenza la casa è quella dell’abitare sentimentale, la casa dei genitori, il rifugio per eccellenza, il riparo ancestrale. Casa, nel momento dell’emergenza, è ancora lo stare insieme, sebbene questo contrasti con le restrizioni governative imposte per limitare la diffusione del Covid-19.

Tutte queste persone in fuga da Milano, di Milano probabilmente non ne avevano fatto la propria casa. Era un abitare funzionale, un abitare temporaneo, un abitare sterile senza affetti. Per cui impulsivamente si è voluti ritornare nella casa di famiglia, quella a cui si appartiene e ci si sente parte integrante. Questo è inevitabile perché come spiega perfettamente Alain de Botton abbiamo bisogno di una casa in senso psicologico tanto quanto ne abbiamo bisogno in termini fisici: per compensare una vulnerabilitàAbbiamo bisogno di un rifugio per sostenere i nostri stati d’animo, perché gran parte del mondo si oppone alle nostre alleanze. Abbiamo bisogno delle nostre stanze per allinearci alle versioni desiderabili di noi stessi e per mantenere vivi i nostri lati importanti ed evanescenti.
Questa forse è la verità più grande: ritrovare in una casa la nostra autenticità e la versione desiderabile di noi stessi.

In copertina e tutte le foto via unsplash.com

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