Cara Nanda, grazie per la luce

Cara Nanda,

Benché sia tantissimo tempo che desidero scriverti una lettera, colgo l’occasione solo ora, in questa tristissima circostanza, per farti sapere quello che sempre ti avrei voluto dire.

E’ davvero difficile trovare le parole per raccontarti, ora che non ci sei più, quanto la tua visione del mondo abbia cambiato la mia prospettiva, quanto io sia stata influenzata dai tuoi tuoi scritti, dai tuoi progetti.

E’ difficile, ma te lo devo proprio scrivere, quanto sarei stata felice di conoscerti personalmente e sentirti raccontare la tua straordinaria vita, della tua laurea al Politecnico di Losanna e di come ti abbia cambiata l’esperienza di lavoro con Frank Lloyd Wright; del tuo ritorno a Milano, mentre il Pirellone e la Torre Velasca cambiavano il profilo della città, e della tua personale ricerca artistica, votata all’obiettivo di trattenere la luce.

In questo strano periodo di virus e mondo alla rovescia mi sarebbe piaciuto prendere un tè caldo con te (Se avrai necessità di montarti una tenda, magari in vista di una piccola tempesta di sabbia, farai di tutto per sopportare le ore gelide della notte e cercherai l’agio di un caldo sacco a pelo e di un thermos di tè. Così ho imparato a costruirmi un’isola. Un’isola che potrei costruirmi in qualsiasi mondo), sedermi ospite nel tuo piccolo mondo e chiederti com’era davvero Lucio Fontana che così tanto con te aveva in comune.

Immagine: Galleria Vinciana Milano, Fabrizio-Garghetti

Mi sarebbe piaciuto non solo leggere ma anche sentire dalla tua viva voce del Gruppo Zero, di Piero Manzoni, di Gio Ponti e della casa Lo scarabeo sotto la foglia” , della Zero House e di tutto il resto.

Mi sarebbe piaciuto da matti sentire raccontare dei tuoi progetti di design e della lampada Golden Gate, che tanto mi piace.

Mi sarebbe piaciuto sentirti raccontare della tua folgorazione sul tema della luce, a te tanto caro, mentre a sette anni di fronte alla Casa del Fascio del Terragni hai scoperto la bellezza del vetrocemento e dal modo in cui questo rinfrangeva la luce.

Mi sarebbe piaciuto imparare tutto sui cronotopi e sull’idea di uno spazio che non finisce nella cornice di un quadro ma continua all’infinito, anche dentro noi stessi capendo l’evoluzione che hanno avuto dal primo Manifesto Cronotopico del ’64 e di come siano arrivati ead essere da quadrati sessanta per sessanta centimetri dei veri e propri ambienti.

Cronotopo, 1963 – Galleria Allegra Ravizza

Palazzo Reale 2019 – Marco Poma

Ma soprattutto, mi sarebbe piaciuto sedermi a gambe incrociate davanti a te e chiederti com’è stato davvero, essere una donna, un’architetta, un’atista nella Milano degli anni ’60. Difficile come penso di immaginare? O ancora più difficile?

Mi sarebbe piaciuto, e alla fine: eccola qui.

Grazie Nanda, buon viaggio e grazie per la luce.

[Immagine di copertina via Finestresullarte.info]

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