Siamo quello che mangiamo?

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Mesi fa vi ho parlato di case; oggi vi parlo di cibo.
Poco m’importa dell’oggetto in sé, divoratore seriale di caffeina e pizzinsalata davanti a plurimi schermi, aspetto con ansia l’invenzione del magico fagiolo di Balzar di dragonballiana memoria.

No, vi parlo del cibo e del mangiare come fatto social e sociale.

Banale, sì, e quindi importante.

Un sushi bar di Milano – This is Not A Sushi Bar –  ha aperto le danze del pagamento in followers: se ha più di mille insta-seguaci hai un piatto gratis; se ne hai più di cinquanta mila ti offrono la cena.

Questa è solo la coda di una lunga serie di incastri tra comunicazione, imprenditorialità, status quo, personal branding e vanitas. Da bisogno primario a vezzo mondano, il cibo è diventato griffe da sfoggiare: si va da Sorbillo o da Cracco per fotografare e postare, mica per mangiare. Cafone!

Questo cosa significa? Certo, che la dittatura dell’immagine sta sempre più diffondendo il suo dominio nell’impero phygital (fisico e digitale). Che non è altro che il riciclo dell’immarcescibile slogan “Se non vedo non ci credo”. Secondo poi, che l’alimentazione è ormai un’optional. Si ordina dalle app di food delivery o si mangia fuori; il sostentamento è diventato, come tante altre cose, un’esperienza da condividere.
Intime cucine e deschi appartati scompaiono celermente. Se mangi a casa, da solo, chi ti vede…? Fotografati!

Chi non ostenta, stenta, insomma, è il nuovo mantra.

E forse gli homeless del futuro prossimo elemosineranno followers invece che centesimi.

Foto dell'autore

Alessandro Isidoro Re

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